nzàia

nzàia

nzàia f. (267 Cefalù), nzaiḍḍa (262Caltav. ) piccola porzione di pasta di pane (talvolta recuperata dalla pulitura della madia e non ancora ben lievitata) schiacciata e posta a cuocere su un lato del forno, accanto alla brace, per saggiarne la temperatura prima di infornare il pane. Era apprezzata soprattutto dai bambini che la consumavano ancora calda senza condimenti o con poco olio e sale.

◙ Da nzaiari ‘provare, (as)saggiare’, voce presente anche nel calabrese, nel napoletano e nell’abruzzese, probabilmente prestito dallo sp. ensayar ‘provare (specialmente vestiti)’, a sua volta formato sul lat. EXAGIUM ‘tentativo, prova’ modificato all’inizio con il prefisso in- (cfr. A. Varvaro, Vocabolario Storico-Etimologico del siciliano, Édition de linguistique et de philologie / Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Strasbourg 2014).

Il nome di questa focaccina condivide la motivazione con i tipi → privitedda e privicedda  (oltre che con mustridda presente in alcune varietà siciliane), giacché si tratta di piccoli pezzi di pasta infornati per ‘provare’ se il forno abbia raggiunto la giusta temperatura prima di infornare il pane.

Limitatamente alla accezione qui trattata, relativa allo specifico tipo di ‘focaccia’, questo tipo lessicale (anche con le varianti nzaiteḍḍa, naziaturi, nzaitureḍḍa) risulta attestato soltanto in pochi altri punti isolati di area palermitana (Belmonte Mezzagno, Bisacquino, Marineo, Vicari e Roccapalumba, registrata da G. Pitrè, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, vol. IV, Palermo 1889, pp. 334-5) agrigentina (Caltabellotta e Racalmuto) e, in un solo caso, nissena (Vallelunga Pratameno).

.